Scomparsa del volo MH370, il rapporto ufficiale non risolve il mistero

Quasi cinquecento pagine per dire che, quattro anni dopo, il mistero più grande nella storia dell'aviazione rimane tale. Un rapporto «finale» delle autorità malesi sulla scomparsa del volo Malaysia Airlines 370, che si presume sia precipitato nell'Oceano Indiano con 239 persone a bordo l'8 marzo 2014, esonera i piloti ed esclude la pista del guasto meccanico. Ritiene però probabile, ma più ragionando per esclusione che per veri indizi, «l'interferenza di terzi», ossia un dirottamento costringendo il pilota a manovre non volute. Una mancanza di vere novità che è sempre più intollerabile per i familiari delle vittime.

Kok Soo Chon, l'investigatore capo del documento di 449 pagine redatto da 19 esperti internazionali, ha dichiarato che niente fa pensare a un comportamento anormale dei piloti, e che nessuno dei passeggeri aveva esperienza alla guida di un aereo. Eppure il Boeing 737 partito da Kuala Lumpur lasciò la rotta originaria verso Pechino per virare bruscamente a sud-ovest dopo aver disattivato manualmente i sistemi di comunicazione, per poi volare per altre sette ore verso il nulla sopra l'Oceano Indiano. «Difficile attribuire tutto ciò a un problema meccanico», ha concluso il rapporto. Ma se non si tratta di malfunzionamento, né di errore umano o di volontà del pilota, anche la teoria del dirottamento scricchiola sulla logica. Non ci fu nessuna rivendicazione, nessuna richiesta di riscatto. E perché far volare un aereo dirottato per ore fino all'esaurimento del carburante? L'unica certezza del rapporto è che la risposta delle autorità malesi per il traffico aereo fu insufficiente, con sviste sul radar e una mancata attivazione delle procedure d'emergenza. Ciò alimenta ancora di più la rabbia dei familiari. Oggi alcuni hanno abbandonato in lacrime la riunione privata con il ministro dei trasporti.

«Non c'è niente di nuovo», hanno sbottato. La teoria più in voga finora - rilanciata anche dall'inchiesta di esperti aeronautici per una tv australiana pochi mesi fa - era che il primo pilota Zaharie Ahmad Shah avesse condotto il Boeing in una missione suicida. L'uomo si era appena separato dalla moglie, e pochi giorni prima aveva cancellato tutti i dati dal suo simulatore di volo, su cui aveva anche provato rotte verso l'Oceano Indiano. Ma il rapporto di oggi esclude tale pista: «Siamo dell'opinione che non possa essere stato il pilota», ha detto Kok.

Lo stesso rapporto ammette che senza il ritrovamento del relitto, arrivare a conclusioni è impossibile. Ma due lunghe missioni di ricerca - una diretta dai governi di Malaysia, Australia e Cina e l'altra da una azienda privata statunitense - non hanno portato a nessun progresso, dopo aver perlustrato un'area di mare grande quanto tre quarti dell'Italia. Almeno tre pezzi del MH370 sono stati ritrovati sulle coste africane: troppo poco. Senza scatole nere e senza un movente plausibile, la verità rischia di non emergere mai.