Adriano Sabbadin: «Il perdono non esiste nel mio vocabolario»

«Il perdono non esiste nel mio vocabolario». Così Adriano Sabbadin, figlio di Lino macellaio ucciso dai Pac nel 1979, ha parlato delle emozioni provate quando l'ex latitante Cesare Battisti è rientrato in Italia. E il ricordo di quanto successo quasi quarant'anni fa.

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«Cosa volete che vi dica... sto piangendo, pensando a mio padre. Ora può riposare in pace. Quaranta anni di attesa sono tanti, e oggi ho rivisto tutto quel che è successo quella mattina in pochi attimi: mio padre per terra, il sangue...allora io solo ero un ragazzo». Così, Adriano Sabbadin, figlio di Lino Sabbadin il macellaio ucciso il 16 febbraio 1979 a Santa Maria di Sala, nel veneziano, dai membri del gruppo Proletari Armati per il Comunismo, commenta commosso le immagini in Tv che stanno trasmettendo l'arrivo di Cesare Battisti all'aeroporto di Ciampino.  «Quando ho visto quelle immagini - spiega all'Adnkronos - sono scoppiato in lacrime, ho rivissuto in una attimo questi quaranta anni, il mio primo pensiero è andato a mio padre, che adesso può riposare in pace. Adesso credo che si sia chiuso un capitolo. Da parte mia non c'è nè odio, nè desiderio di vendetta, ma sete di giustizia, e Battisti deve scontare la sua pena». «Mia figlia di otto anni, quando ha visto le immagini dell'arrivo di Battisti ha detto: 'era ora, finalmente hanno preso quel bastardo, lo strozzerei con le mie mani, e ha solo otto anni... '», racconta commosso Sabbadin.  «Battisti mi ha tolto tutto, mi sono ritrovato a sedici anni a fare da padre alle mie due sorelline, da capofamiglia. Non ho mai pensato a me ai miei familiari, lo rifarei, sono orgoglioso. Ma, Cesare Battisti mi ha tolto tutto e ora Battisti deve stare in carcere. Rifletta e si penta di quello che ha fatto», conclude